Sigfrido Ranucci

Come la Rai è diventata succube di Report

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Gianluca Veneziani

Il re Ranucci è impunito ma è anche nudo. Il conduttore della trasmissione Report, finito nell’occhio del ciclone prima per la vicenda sms intimidatori destinati al membro della Commissione di Vigilanza Rai Andrea Ruggieri e poi per la pubblicazione sul Riformista di video relativi a un tentativo di acquisto molto poco trasparente di presunti dossier sull’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, beneficia tuttora di silenzi, inazioni e titubanze da parte di una grossa fetta della politica, della Corte dei Conti e di gran parte della stampa. Ma soprattutto gode di una tutela, esagerata e incomprensibile, da parte dei vertici Rai. Ad attaccare Ranucci ci sono Lega, Forza Italia e renziani e i giornali di centrodestra.

Come ci rivela una fonte di viale Mazzini, «l’impressione è che ci sia un’impunità di Report all’interno della Rai, come se si trattasse di una repubblica autonoma. I direttori di rete hanno una responsabilità editoriale sui prodotti. Finché a guidare Raitre c’era Stefano Coletta, il controllo editoriale sul prodotto Report c’era ancora. Da quando c’è Franco Di Mare, assistiamo a una specie di autogestione del programma. Questo andazzo ha accresciuto la convinzione di Ranucci & Co. di essere liberi di fare ciò che vogliono, tanto nessuno può dire loro nulla. E chi lo fa finisce per subire una campagna di fango, con tanto di accuse di essere contro il giornalismo libero».

Mancate sanzioni

Tale dinamica è confermata dall’atteggiamento docile dell’ad di viale Mazzini Carlo Fuortes nel gestire la vicenda Ranucci. «In Rai», ci dice la nostra fonte, «esiste un codice etico, che è stato applicato in passato per episodi molto meno gravi. In tal caso invece non solo Ranucci non è stato sospeso in via cautelativa dagli incarichi, ma addirittura il giorno seguente all’esplodere del caso sms è stato nominato da Fuortes vicedirettore ad personam della Direzione Approfondimento, con delega al proprio stesso programma». Né Fuortes si è premurato di sospendere la sua nomina quando la vicenda Ranucci si è ingigantita, o di attendere almeno l’esito dell’audit, ossia l’inchiesta interna che si svolgerà nei prossimi giorni.

Certo, i mancati controlli e le mancate sanzioni per i contenuti di Report non sono cosa del tutto nuova. Nell’ottobre 2019 la trasmissione di Raitre dedicò un’intera puntata ai presunti finanziamenti russi alla Lega, mandandola in onda pochi giorni prima dell’elezioni regionali in Umbria (poi stravinte dal centrodestra). Le obiezioni su una presunta violazione della par condicio, emerse all’interno dell’allora cda Rai, non vennero raccolte né dal direttore di rete (era Coletta) né dall’Agcom che, continua la fonte, «sarebbe dovuta intervenire ma si guardò bene dal farlo».

Questa indolenza significa legittimare il sistema di “inchiesta” di Report, fondato non solo su fonti discutibili e presunti dossier, ma anche su consulenze faziose, «come quella di Orlowski, presentato come un esperto di database e social, in realtà hater ideologicamente schierato contro Meloni e Salvini».

Le omissioni a sinistra

Le «coperture», come le chiama la nostra fonte, di cui gode il conduttore di Report fanno capo anche all’Ordine dei giornalisti che «dovrebbe aprire una pratica disciplinare sulla vicenda Ranucci, essendo quello degli sms un fatto comprovato e gravissimo. E invece sta fermo». E poi c’è una difesa corporativa da parte di molti organi di stampa che tacciono confermando che «un certo giornalismo tende ad autoproteggersi». E le omissioni della sinistra, che non si espone innanzitutto perché «è in imbarazzo (ha vezzeggiato per anni quel tipo di giornalismo, coltivando per anni la bestia, prima di accorgersi che la bestia le sfuggiva di mano) e poi perché criticare Report significherebbe criticare i vertici Rai che sono quasi tutti schierati a sinistra e mettere in discussione l’operato di Fuortes».

Eppure, riconosce la nostra fonte, anche un pezzo del mondo progressista ha cominciato a scaricarlo: «A differenza del passato, la sinistra stavolta non si espone più troppo per difendere Ranucci. Se lo difende, lo fa con grande timidezza. È la conferma che il re ora è nudo e che certi personaggi del giornalismo a teorema, più che di inchiesta, considerati dei miti poi si rivelano dei giganti di carta».

Libero, 14 febbraio 2022

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